25 ottobre 2010

Un genere di educazione o un'educazione di genere?

Il tema del blogstorming proposto questo mese da Genitoricrescono, ci ha spinto a raccontare le riflessioni che abbiamo fatto ultimamente sul genere di educazione che vogliamo dare al nostro cucciolo.
Le prime cose ad emergere sono stati i nostri piccoli pregiudizi: quando ci hanno detto che aspettavamo un maschietto eravamo molto contenti, lo saremmo stati comunque, sia chiaro, ma l'dea di avere una femminuccia un pò ci spaventava. Papino già prefigurava ipotesi di clausura per la futura erede, mentre Barbamamma si chiedeva come avrebbe fatto con una bambina, che inevitabilmente ad un certo punto le avrebbe chiesto le scarpe col tacco clic-clac continuamente pubblicizzate in televisione. Con un maschio ci sentivamo più tranquilli, come se certi condizionamenti fossero una prerogativa solo femminile. Ovviamente abbiamo esagerato, ma pensate a quanti pregiudizi di genere avevamo senza neanche rendercene conto.
Per fortuna quando Matteo è nato abbiamo capito che davanti a noi c'era una persona con le sue idee, un suo carattere ed i suoi talenti, che andavano coltivati e stimolati, indipendentemente dal sesso.
Così il nostro approccio educativo riguardo alle questioni di genere si è naturalmente manifestato in questo modo: che sia maschio o femmina, che "genere" di persona vorremmo diventasse? e soprattutto, per quanto ci impegniamo a dirgli "cosa è giusto e cosa no", noi che esempio gli diamo? che tipo di coppia siamo? a casa nostra ci sono pregiudizi di genere più o meno evidenti?
E si, genitori crescono per davvero!
Da quando è arrivato Matteo ci sembra che gli sforzi per essergli di esempio ci abbiano reso un pò migliori, ma per quanto possiamo impegnarci non dobbiamo dimenticare che i nostri figli si troveranno a confrontarsi con una società che vede ancora discriminati sia uomini che donne.
Basta pensare che proprio in questi giorni il parlamento europeo ha stabilito che i padri hanno diritto a due settimane di paternità alla nascita del bambino. Siamo arrivati al 2010 per dare pari dignità al ruolo di padre e di madre, meglio tardi che mai. Speriamo che l'Italia recepisca presto la normativa e non solo per le due settimane a casa con il/la piccolino/a che verrà, ma soprattutto perché, a nostro avviso, questa normativa potrebbe cambiare anche la cultura dominante legata alla genitorialità, che spesso si limita a parlare della madre o del padre in modo separato e non come una coppia che deve\vuole in pari misura occuparsi della prole. Se è vero infatti che da un lato i pregiudizi di genere, limitano le pari opportunità, dall'altro il grande desiderio di emancipazione delle donne ha portato ad un'autolimitazione di scelta, creando dei pregiudizi al contrario. Come vengono considerate le donne che per scelta decidono di restare a casa dopo la nascita del primo figlio? Se non lavori e ti dedichi solo alla famiglia (come se non fosse faticoso anche quello) sei una scansafatiche o una donna succube di un ruolo ormai anacronistico. (piccolo sfogo visto che questo genere di osservazioni sono state spesso subite da Barbamamma...ma questa è un'altra storia).
Insomma ci siamo resi conto (ancora una volta!) che non ci piacciono diversi aspetti della piega che sta prendendo la nostra società, ma abbiamo anche intravisto tanti spiragli di cambiamento. Noi cerchiamo di fare la nostra parte cercando di dare a Matteo un "genere di educazione e non una educazione di genere" e lui sembra essere felice di giocare con le sue pentoline e la sua cucina, si preoccupa di dare il latte ai suoi orsetti e alla bambola che gli ha cucito mamma, di fargli fare la nanna e qualche volta di lanciarli in giro :P. Questo ci sembra un buon modo per insegnargli ad aver cura delle cose e delle persone, per coltivare anche quel lato tenero considerato tipicamente femminile e che speriamo un giorno lo porti ad essere un padre presente ed affettuoso oltre che una persona attenta al suo prossimo.
Matteo non ama particolarmente giocare con le macchinine vere e proprie, ma un biscotto morso al punto giusto diventa presto un "camionne" o un foglio ben stretto in mano un aeroplanino. Adora giocare con gli animali e quelli che preferisce sono mamma e papà anatra con gli anatroccoli, con cui inventa storie individuando i componenti di una famiglia, quindi “interpreta” il papà, la mamma e gli anatroccoli. Le marionette a dita poi le adora!! Specialmente lo squalo e la ballerina, inventa storie e qualche volta fa lo squalo con il vocione e altre fa ballare la ballerina al ritmo di waka-waka. In questo non va vista l’individuazione di differenze di genere, ma solo il fatto che uno è uno squalo che nuota e mangia, l’altra è una ballerina e quindi balla (anche a lui piace tanto ballare).
Insomma è libero di sperimentare la vita attraverso il gioco e noi cerchiamo di assecondare il suo desiderio di scoperta.
Il gioco è lo strumento principale attraverso cui i bambini crescono e secondo noi non esistono giochi che siano veramente da maschi o da femmine. Non diciamo, con questo, che non esistano differenze tra uomo e donna, solo che queste non determinano cosa si possa o non possa fare, casomai influiranno sul modo in cui vengono fatte le cose, ma questo è vero da maschio a maschio e da femmina a femmina, da cultura a cultura. Il mondo è bello - e ricco - perché è vario!
Ci siamo chiesti se in qualche modo occorresse guidare Matteo nella scoperta della sua identità di genere, ma più ci pensavamo e più ci rendevamo conto che è sufficiente accompagnare il piccolo nella sua lenta e inesorabile scoperta di se stesso e del mondo senza perdere di vista quello che recepisce dal mondo esterno ed aiutarlo ad interpretarlo nel modo che secondo noi è giusto e lo faremo col nostro stile “tutto col gioco e niente per gioco”.

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